CHE FARE QUESTIONI DI ETICA
I parte


L'etica nel pensiero e nella prassi degli scienziati

di 
Margherita Bologna
Marghebo2000@yahoo.com


La scienza genera “mostri”. Un “mostro” indigesto per la cultura, all’epoca di Galileo Galilei, si generò contestualmente alla nascita del metodo scientifico. Con questa considerazione ripresa dal suo maestro Ludovico Geymonat, il prof. Silvano Tagliagambe, docente di Filosofia della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma, ha aperto un ciclo di conferenze sul tema “Che fare. Questioni di etica”, in corso presso l’Aula Magna dell’Università di Rimini, sviluppando il tema dell’etica nel pensiero e nella prassi degli scienziati.

L’impatto della scienza con la cultura e soprattutto con la religione, al tempo di Galileo, fu particolarmente conflittuale. Perché la scienza si presentava come portatrice di verità assolute e, come tali, irrevocabili. Galileo era consapevole che il metodo scientifico da lui praticato studiava sistemi idealizzati nei quali le relazioni spaziali così come quelle temporali erano del tutto irrilevanti. La meccanica, infatti, è la descrizione di un mondo senza attrito, avulso da reali condizioni fisiche. Ciononostante egli riteneva che la scienza avesse la capacità di conoscere la realtà in modo qualitativamente così approfondito da eguagliare la conoscenza divina. Dati i presupposti, il conflitto tra le due verità, quella scientifica e quella religiosa, era inevitabile.

Oggi la scienza non pretende più di descrivere verità assolute. Piuttosto si muove in una prospettiva fallibilista: formula leggi che sono vere in relazione ad un modello che esprime in modo non esaustivo ma semplificato il mondo reale. Così la tensione verso la verità assoluta si è modificata nella tensione verso il rigore interno mediante il quale debbono essere espresse le sue leggi.

Questo sforzo per realizzare una coerenza interna, un controllo dei propri asserti è stato particolarmente sentito nell’ambito della matematica così come risulta dalla formulazione che ne ha dato Hilbert. Per Hilbert la superiorità della scienza rispetto ad altri campi culturali consisteva nel controllo della qualità dell’informazione, nella giustificazione logica delle sue proposizioni in quanto legate sintatticamente ad altre che hanno uno statuto privilegiato (assiomi).

In questo modo l’etica diviene un fatto interno alla scienza. E però anche questo mirabile edificio logico sintattico è stato minato dai teoremi di Gödel che hanno privato di fondamenti il problema della decisione (cioè il problema di stabilire in un numero finito di passi e, sulla base di determinate premesse, se una proposizione matematica è vera o falsa) posto da Hilbert. In altri termini Gödel dimostrò che all’interno di un sistema formale alcune proposizioni non potevano essere decise come vere o come false creando in questo modo i presupposti perché l’ipotizzata superiorità della scienza matematica rispetto ad altre espressioni culturali si dissolvesse. Si apriva di conseguenza la via alla interpretazione che fa consistere la superiorità della scienza nella sua efficacia.

Al giorno d’oggi, ad esempio, molti fisici non sono preoccupati di cercare una sistemazione teorica alla meccanica quantistica. Per la maggior parte di essi ciò che è importante è il fatto che funzioni indipendentemente dalla spiegazione che se ne può dare. Il limite della scienza oggi è quello della deriva progressiva nella tecnologia. Da questa, la scienza deve sottrarsi perché, come dicevano Karl Popper e Ludovico Geymonat, l’idea di superiorità della scienza rispetto ad altre manifestazioni del sapere sta proprio nel continuo processo critico a cui sottoporre le teorie che man mano elabora.

Al contrario, se la scienza si ripiega sulla tecnologia tende a sottrarsi ad ogni tipo di valutazione sia etica che filosofica. La deriva tecnologica della scienza “contiene in sé un germe pericolosissimo. E il germe sta in questo: considerare ogni cosa che sia tecnicamente fattibile e realizzabile, lecita per il solo fatto di essere fattibile e realizzabile”.

A questo proposito va ricordato che riferendosi alla ricerca in atto ai nostri giorni, il prof. Tagliagambe ha osservato che “sta andando troppo a briglia sciolta e forse è il caso di tirare un po’ le redini”.

L’idea che la superiorità della scienza consista nella sua efficacia apre nuovi scenari di conflitto. Primo tra questi quello tra scienza e società. Ma non è un conflitto di secondo ordine neppure quello generatosi all’interno della comunità scientifica. L’apice di entrambi questi dissidi si registra al tempo della seconda guerra mondiale.

In una lettera del 15 luglio 1944 Max Born si rivolge ad Einstein dicendo: “Il pensiero che più mi deprime è sempre quello che la nostra scienza così bella in sé e che tanto potrebbe fare per il bene dell’umanità sia stata degradata a semplice mezzo di distruzione e di morte. La maggior parte degli scienziati tedeschi ha collaborato coi nazisti. Anche Heisenberg, il creatore della meccanica quantistica, l’autore del famoso Principio di indeterminazione ha lavorato per quelle canaglie”.

Anche oggi “la scienza è un fatto di apparato sempre più connesso con quello militare e industriale”. Per di più al giorno d’oggi riscontriamo un fenomeno che ci pone di fronte a forme invasive di intelligenza artificiale collettiva, alla “progressiva saldatura e intercambiabilità dei linguaggi che dà luogo ad una vera e propria tecnostruttura a base e a sfondo conoscitivo”.

Un autore russo molto studiato dal relatore, Verdnaskij, definirebbe questo fenomeno in cui il soggetto collettivo diviene sempre più potente e importante, il terzo stadio dell’evoluzione o noosfera. Secondo il prof. Tagliagambe prima ancora che gli stati (che del resto mi sembrano impotenti di fronte al dilagare di entità sovranazionali) sono le società civili che devono trovare le forme per confrontarsi criticamente con questi nuovi soggetti collettivi. Ma manca una consapevolezza di tipo culturale. L’università è impreparata per formare gli studenti ad un contatto diretto con la cultura scientifica e la scuola dovrebbe insegnare ai giovani la differenza tra i diversi generi linguistici.

Un ragazzo, uscendo da qualsiasi ordine di scuola, deve sapere che esistono linguaggi che non hanno nessun obbligo, né etico né argomentativo, di rapporto con la verità come, ad esempio, il linguaggio pubblicitario. Che esistono linguaggi che non hanno obblighi verso la verità ma che ne hanno nei confronti dell’argomentazione, dimostrando in questo modo la separazione tra retorica e logica. E infine che esistono linguaggi come quello della scienza che hanno l’obbligo dell’argomentazione ma hanno anche un obbligo di rapporto con la verità. Verità, ben inteso, non assoluta ma relativa.

Se la verità che la scienza è in grado di offrirci è relativa allora per il prof. Tagliagambe anche la morale deve rinunciare a presentarsi in campo come titolare di una verità assoluta, storica e irrevocabile altrimenti il confronto sarebbe impari. Perché ci sia dialogo tra scienza e morale entrambe debbono acquisire uno spessore critico che rifiuta i dogmi o le verità assolute. In particolare la morale dovrebbe diventare un sistema aperto, adattativo.



 

 
 

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