La scienza genera “mostri”. Un “mostro” indigesto per la cultura,
all’epoca di Galileo Galilei, si generò contestualmente alla nascita del
metodo scientifico. Con questa considerazione ripresa dal suo maestro
Ludovico Geymonat, il prof. Silvano Tagliagambe, docente di Filosofia
della scienza presso l’Università La Sapienza di Roma, ha aperto un
ciclo di conferenze sul tema “Che fare. Questioni di etica”, in corso
presso l’Aula Magna dell’Università di Rimini, sviluppando il tema
dell’etica nel pensiero e nella prassi degli scienziati.
L’impatto della scienza con la cultura e soprattutto con la
religione, al tempo di Galileo, fu particolarmente conflittuale. Perché
la scienza si presentava come portatrice di verità assolute e, come
tali, irrevocabili. Galileo era consapevole che il metodo scientifico da
lui praticato studiava sistemi idealizzati nei quali le relazioni
spaziali così come quelle temporali erano del tutto irrilevanti. La
meccanica, infatti, è la descrizione di un mondo senza attrito, avulso
da reali condizioni fisiche. Ciononostante egli riteneva che la scienza
avesse la capacità di conoscere la realtà in modo qualitativamente così
approfondito da eguagliare la conoscenza divina. Dati i presupposti, il
conflitto tra le due verità, quella scientifica e quella religiosa, era
inevitabile.
Oggi la scienza non pretende più di descrivere verità assolute.
Piuttosto si muove in una prospettiva fallibilista: formula leggi che
sono vere in relazione ad un modello che esprime in modo non
esaustivo ma semplificato il mondo reale. Così la tensione
verso la verità assoluta si è modificata nella tensione verso il rigore
interno mediante il quale debbono essere espresse le sue leggi.
Questo sforzo per realizzare una coerenza interna, un controllo dei
propri asserti è stato particolarmente sentito nell’ambito della
matematica così come risulta dalla formulazione che ne ha dato Hilbert.
Per Hilbert la superiorità della scienza rispetto ad altri campi
culturali consisteva nel controllo della qualità dell’informazione,
nella giustificazione logica delle sue proposizioni in quanto legate
sintatticamente ad altre che hanno uno statuto privilegiato
(assiomi).
In questo modo l’etica diviene un fatto interno alla scienza. E però
anche questo mirabile edificio logico sintattico è stato minato dai
teoremi di Gödel che hanno privato di fondamenti il problema della
decisione (cioè il problema di stabilire in un numero finito di passi e,
sulla base di determinate premesse, se una proposizione matematica è
vera o falsa) posto da Hilbert. In altri termini Gödel dimostrò che
all’interno di un sistema formale alcune proposizioni non potevano
essere decise come vere o come false creando in questo modo i
presupposti perché l’ipotizzata superiorità della scienza matematica
rispetto ad altre espressioni culturali si dissolvesse. Si apriva di
conseguenza la via alla interpretazione che fa consistere la superiorità
della scienza nella sua efficacia.
Al giorno d’oggi, ad esempio, molti fisici non sono preoccupati di
cercare una sistemazione teorica alla meccanica quantistica. Per la
maggior parte di essi ciò che è importante è il fatto che funzioni
indipendentemente dalla spiegazione che se ne può dare. Il limite della
scienza oggi è quello della deriva progressiva nella tecnologia. Da
questa, la scienza deve sottrarsi perché, come dicevano Karl Popper e
Ludovico Geymonat, l’idea di superiorità della scienza rispetto ad altre
manifestazioni del sapere sta proprio nel continuo processo critico a
cui sottoporre le teorie che man mano elabora.
Al contrario, se la scienza si ripiega sulla tecnologia tende a
sottrarsi ad ogni tipo di valutazione sia etica che filosofica. La
deriva tecnologica della scienza “contiene in sé un germe
pericolosissimo. E il germe sta in questo: considerare ogni cosa che sia
tecnicamente fattibile e realizzabile, lecita per il solo fatto
di essere fattibile e realizzabile”.
A questo proposito va ricordato che riferendosi alla ricerca in atto
ai nostri giorni, il prof. Tagliagambe ha osservato che “sta andando
troppo a briglia sciolta e forse è il caso di tirare un po’ le
redini”.
L’idea che la superiorità della scienza consista nella sua efficacia
apre nuovi scenari di conflitto. Primo tra questi quello tra scienza e
società. Ma non è un conflitto di secondo ordine neppure quello
generatosi all’interno della comunità scientifica. L’apice di entrambi
questi dissidi si registra al tempo della seconda guerra mondiale.
In una lettera del 15 luglio 1944 Max Born si rivolge ad Einstein
dicendo: “Il pensiero che più mi deprime è sempre quello che la nostra
scienza così bella in sé e che tanto potrebbe fare per il bene
dell’umanità sia stata degradata a semplice mezzo di distruzione e di
morte. La maggior parte degli scienziati tedeschi ha collaborato coi
nazisti. Anche Heisenberg, il creatore della meccanica quantistica,
l’autore del famoso Principio di indeterminazione ha lavorato per quelle
canaglie”.
Anche oggi “la scienza è un fatto di apparato sempre più connesso con
quello militare e industriale”. Per di più al giorno d’oggi riscontriamo
un fenomeno che ci pone di fronte a forme invasive di intelligenza
artificiale collettiva, alla “progressiva saldatura e intercambiabilità
dei linguaggi che dà luogo ad una vera e propria tecnostruttura a base e
a sfondo conoscitivo”.
Un autore russo molto studiato dal relatore, Verdnaskij, definirebbe
questo fenomeno in cui il soggetto collettivo diviene sempre più potente
e importante, il terzo stadio dell’evoluzione o noosfera. Secondo
il prof. Tagliagambe prima ancora che gli stati (che del resto mi
sembrano impotenti di fronte al dilagare di entità sovranazionali) sono
le società civili che devono trovare le forme per confrontarsi
criticamente con questi nuovi soggetti collettivi. Ma manca una
consapevolezza di tipo culturale. L’università è impreparata per formare
gli studenti ad un contatto diretto con la cultura scientifica e la
scuola dovrebbe insegnare ai giovani la differenza tra i diversi generi
linguistici.
Un ragazzo, uscendo da qualsiasi ordine di scuola, deve sapere che
esistono linguaggi che non hanno nessun obbligo, né etico né
argomentativo, di rapporto con la verità come, ad esempio, il linguaggio
pubblicitario. Che esistono linguaggi che non hanno obblighi verso la
verità ma che ne hanno nei confronti dell’argomentazione, dimostrando in
questo modo la separazione tra retorica e logica. E infine che esistono
linguaggi come quello della scienza che hanno l’obbligo
dell’argomentazione ma hanno anche un obbligo di rapporto con la verità.
Verità, ben inteso, non assoluta ma relativa.
Se la verità che la scienza è in grado di offrirci è relativa allora
per il prof. Tagliagambe anche la morale deve rinunciare a presentarsi
in campo come titolare di una verità assoluta, storica e irrevocabile
altrimenti il confronto sarebbe impari. Perché ci sia dialogo tra
scienza e morale entrambe debbono acquisire uno spessore critico che
rifiuta i dogmi o le verità assolute. In particolare la morale dovrebbe
diventare un sistema aperto, adattativo.